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Mario Luzi
Mario Luzi - ricordi
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Negli ultimi due decenni, alla sicura delusione, peraltro mai dichiarata, di non essere stato insignito del premio Nobel, nonostante ogni anno fosse ufficialmente candidato presso l’Accademia di Stoccolma, ha aggiunto la chiarezza sempre più distillata della sua vis poetica, tanto da essere definito il nuovo Dante, quantomeno del Novecento, per la mole e l’intensità dei suoi testi (e i versi più recenti, per la maggior parte ancora sparsi, si possono chiamare “danteschi” sia per ispirazione, sia per movimenti stilistici, sia ancora per i richiami assoluti all’opera di Dante). Mario Luzi ha avuto il riconoscimento del laticlavio alla veneranda età di 90 anni. Ma è stato senatore a vita, dopo la nomina del presidente della repubblica Carlo Azeglio Ciampi, per soli 120 giorni. Poche presenze in Parlamento, per via della salute già in bilico, ma quelle volte si è fatto decisamente sentire.
L’avversione al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è stata nettissima. Non ebbe remore a definirlo (31 dicembre 2004, in occasione di un treppiedi che fa da supporto alle macchine fotografiche, finito addosso all’allora primo ministro per dabbenaggine del giovane proprietario) emulo di Mussolini. E ha detto senza enfasi, ma con precisa intenzione: “Un po’ se l’è cercata”. Perché? gli hanno chiesto i cronisti. “Ma perché Mussolini in occasione di un attentato più serio nel 1926 ci speculò; e ugualmente ora Berlusconi nei confronti di quell’incauto giovanotto”. Era stato nominato al Senato il 14 ottobre 2004. Di lì a poco sarebbe morto, il 28 febbraio 2005.
Sono andato a Firenze in occasione del suo novantesimo compleanno. La città, a cominciare dal sindaco, ma con la collaborazione di Provincia e Regione, gli ha tributato una festa straordinaria. In quella serata mi sono reso conto veramente di quanto il nome e la figura di Mario Luzi fossero simboli della più sana e fiera Italia letteraria, civile e politica. Dal punto di vista letterario era il grande poeta del Novecento italiano. Dopo il Nobel attribuito a Eugenio Montale nel 1976, egli lo aspettava da un anno all’altro. Gli accademici di Svezia lo hanno attribuito a Dario Fo nel 1997.
E da quel momento in poi Luzi ha capito che non gliel’avrebbero più assegnato, dal momento che all’Italia ne viene attribuito, in media, uno ogni vent’anni circa. Ma non se n’è mai fatto cruccio. O, almeno, non l’ha mai mostrato. Anzi, se per caso gli facevi domanda: “Le dispiace non ricevere il premio Nobel” sorrideva e con quella voce pacata, flebile, dolce, e con gli occhi volti verso l’alto come per significare “Oh, Dio, sempre questa stupida domanda”, rispondeva: “Ma no, non è poi un premio, sia pure importante come il Nobel, che cambia la vita. A questa mia età cosa vuole che m’interessi! La vicenda va così e basta”. Ricordo che Montale, nel 1976, quando, il giorno dopo l’annuncio del Nobel, gli chiesi: “È contento di questo importante riconoscimento, che poi ha anche una buona dotazione in denaro?”, dentro di me pensavo: “Adesso mi risponderà che gli ho fatto la domanda più stupida che potevo pensare”, e invece disse: “Mah, forse me lo dovevano dare una ventina d’anni fa. Allora anche i soldi mi sarebbero serviti molto di più di quello che possono servirmi adesso”. Ricordo che un po’ ci rimasi male. Ma insomma, il Nobel è uno di quegli eventi epocali che in qualche modo cambiano la vita. Perciò sono convinto che fino all’ultimo Mario Luzi ha atteso con ansia che gli arrivasse la telefonata con l’annuncio del Premio, anche se in realtà non ne parlava mai, almeno che non gli arrivasse la fatidica domanda.
Per tornare alla festa di Firenze, quella sera del compleanno, il 20 ottobre 2004, ho mandato una corrispondenza al “Corriere della Sera”, che qui trascrivo per ricordare il clima e il significato delle lunghissime partecipazioni. Il teatro era pieno di una folla plaudente, non solo fiorentina. E innumerevoli sono state le manifestazioni di affetto e di stima sul palco, comprese molte letture di poesie in suo onore da parte di poeti anziani e giovani, cioè dalle varie generazioni del Novecento, di cui Luzi in quel momento era il decano, il nonno e per alcuni addirittura il trisnonno. Ecco il racconto della serata, come l’ho vista e sentita io.
Firenze – “Operaio della parola”. Così si è autoproclamato, ieri, Mario Luzi a Palazzo Vecchio, dove nell’imponente Sala dei Cinquecento affollata da ammiratori, studenti, amici, è stato festeggiato il suo novantesimo compleanno. Si è smentito così il detto nemo propheta in patria: e che l’ abbia fatto Firenze (con il sindaco Leonardo Domenici; il presidente del consiglio regionale Riccardo Nencini; il presidente della regione Toscana, Claudio Martini), la città che ha costretto Dante a fuggire per salvarsi, nonostante la fama di grande poeta già in vita, è doppiamente significativo. Firenze ha voluto festeggiare il suo attuale “vate”, all’indomani della nomina a senatore a vita da parte del presidente della Repubblica, Ciampi, “per aver illustrato la patria”. E chiudendo il convegno “Nuovo nato al mondo”, in cui diversi oratori hanno illustrato e interpretato il suo messaggio poetico, egli ha invocato una particolare attenzione sulla lingua italiana, che ha definito “elemento unificante”. Dantesco, si potrebbe dire. Ma è da molto tempo che Mario Luzi decodifica il suo impegno civile con l’esortazione a corroborare la lingua che ci unisce tutti, con l’invenzione, lo studio, la ricerca, soprattutto in questa fase storica in cui, da molti versanti, se ne vede invece la mortificazione, la decostruzione, l’impoverimento.
“Rivolgo un caloroso ringraziamento al presidente Ciampi, che ha voluto onorarmi della carica di senatore a vita e a tutti gli amici che sono qui a festeggiare il mio compleanno – ha detto Luzi –. L’importante è ritrovarsi nella lingua, nella parola, nella poesia. La lingua italiana è il nostro elemento unificante, il nostro patrimonio più antico. Non la violentiamo e non la sciupiamo come si fa correntemente”. “Parlo come lavoratore e operaio della parola – ha continuato Luzi –. Custodiamo il bene prezioso della lingua italiana non mettendola in naftalina, non esponiamola a tutte le aberrazioni che sono in corso”.
Nicoletta Marasco, vicepresidente dell’Accademia della Crusca, ha letto alcuni passi di una lezione sulla lingua, scritta da Luzi nel 2003, quando fu nominato socio dello storico sodalizio. Prima c’erano stati gli interventi di alcuni suoi amici e studiosi. Alberto Asor Rosa: “Settant’anni di ricerca poetica e novanta di vita non si possono racchiudere in una formula. E tuttavia, si può vedere il mutamento e la lunga durata della sua poesia. È ammirevole il suo inesauribile e continuo rinnovarsi. L’assoluto di Luzi è investigazione intrepida dell’enigma che sta fra cielo e terra. La chiave dell’enigma è l’amore”. Ma, nella poesia di Luzi, Sergio Givone trova un aspetto metafisico che apre nuove prospettive. “Una poesia metafisica come pensiero interrogante sull’esistenza. Sappiamo che dà voce agli opposti, perché coesistono: luce e buio, sì e no, il mistero che consola e l’enigma che brucia. Si tratta di una metafisica creaturale, come egli stesso ci indica nell’ultimo suo libro “Dottrina dell’estremo principiante”. In Luzi creazione e separazione non sono dissociabili: il che è molto ironico e molto tragico”.
E sul concetto di metafisica si è intrecciato anche un breve dialogo tra Sergio Givone e Giorgio Ficara. Secondo quest’ultimo “Luzi non ammette che la creazione finisca nel nulla. Anche il male è un fatto inevitabile, ma il dolore e la bufera possono essere superati. Luzi è un cercatore d’infinito trattenuto, però, nella dolcissima finitudine”. Giuseppe Nicoletti ha tratteggiato a tutto tondo l’intera attività poetica di Luzi. Ha isolato le fondamenta del suo fare poesia: la capacità di evocare immagini-prodigio, “la musica, una materna sonorità d’elegia, increspata da una pena, da una perplessità indecifrabile”, il dramma e l’enigma, “l’incapacità dell’uomo di darsi ragione del proprio stato di sofferenza”.
La giornata che si era aperta con alcuni interventi del neo senatore su temi di politica generale (“Purtroppo la politica ha metodi e sistemi che non sono intelligibili a tutti. Quindi, è comprensibile una certa diffidenza. Capisco anche il distacco”), si è conclusa al teatro della Compagnia, dove i poeti Cesare Viviani, Roberto Mussapi, Alba Donati, Antonio Riccardi e Davide Rondoni hanno recitato poesie di Luzi e lui stesso ne ha lette alcune inedite. Anche Carla Fracci ha letto la poesia “Per Coro” che Luzi dedicò a un suo spettacolo. Infine, la sorpresa annunciata:nella sala del consiglio era pronta la torta con 90 candeline da spegnere”.
Ho voluto riproporre qui la memoria di quell’evento perché quella sera ero particolarmente felice di essere lì accanto a lui. Infatti quando mi sono avvicinato, alla fine degli interventi in teatro, mi ha guardato con occhi affettuosi. Non si aspettava che io andassi a trovarlo. Gli ho detto che ero lì per scrivere il racconto della sua giornata di compleanno e ho visto balenare nei suoi occhi una luce di gioia. Altre volte ci eravamo incontrati, ma sempre in forma privata. Ero uno dei tanti che masticavano la sua poesia e vi trovavano alimento, linfa, forza e spesso coraggio. Anch’io scrivevo e scrivo poesie; sono lontano dalla poesia luziana distanze chilometriche. Eppure quando gli avevo inviato da leggere “Il fulmine nel tuo giardino”, il libretto che ho scritto subito dopo la morte di mia moglie, nel 1995, aveva voluto parlarmi, dirmi che capiva, sentiva, il mio dolore, ma che avevo “saputo scrivere quelle poesie commemorative con la giusta consapevolezza, senza isterismi, e senza retorica”.
Erano state quelle parole, per me, un balsamo, in quel frangente terribile. Ero schivo, come lo sono sempre stato, e non gli ho mai presentato un libro di mie poesie da pubblicare. Un’amica che lo frequentava e che aveva modo di stuzzicarlo, di fargli mille domande, tentando di portarlo anche sul gossip, un giorno mi ha telefonato e mi ha detto: “Certo che sei un bel tomo. Luzi ti stima moltissimo. Non capisco perché non gli mandi un tuo manoscritto. Te lo pubblicherebbe sicuramente. Sai quante volte ha detto che hai una scrittura felice? Sei proprio un tonto”. Sì, mi sono sempre trattenuto. Avevo con lui un rapporto di fiducia, amichevole.
Avevamo fatto alcune conversazioni/interviste “a futura memoria”, come mi ha detto un giorno. E non volevo che pensasse che gli stessi attorno, che andavo a trovarlo, per farmi pubblicare un libro. Ho sempre tenuto a separare le cose: l’amicizia, la professione, la scrittura. D’altronde, che importanza poteva avere pubblicare un libro in più se il costo magari era perdere l’amicizia di un uomo e di un artista come lui? Insomma, questi dubbi e queste domande me le sono poste. E le cose sono rimaste com’erano. Incontri, amicizia, stima, affetto, e dialoghi di cui mi restavano degli appunti.
Ho conosciuto Luzi nel 1991. Ero andato a Compiano, un piccolo paese dell’Appenino parmense, sotto Borgotaro, vicino a Bedonia, dove ha un “buen retiro” Lucio Lami, mio primo direttore in un giornale femminile della Rizzoli, nel lontano 1969. E a Compiano, Lami, giornalista, a lungo inviato speciale in zona di guerra e di guerriglia, specialista dell’America Latina nonché scrittore di libri/reportage ma soprattutto di biografie e romanzi storici. Tra i suoi libri, mi è piaciuto di più è “Garibaldi e Anita corsari”, un lavoro di scavo storico sulla base dei documenti inediti trovati nelle sue scorribande tra l’Uruguay e l’Argentina. Lucio Lami era allora vicepresidente del Pen Club. Il Comune di Compiano aveva accettato il suo progetto di un premio letterario intestato al Pen e ogni anno finanziava (ancora lo fa) una festa straordinaria per l’assegnazione del riconoscimento che nel giro di un paio d’anni era diventato ambitissimo, perché non si facevano pastette.
Le case editrici con i loro uffici stampa e i direttori editoriali non potevano in alcun modo influire sulla scelta dei giurati. Era stato messo a punto un meccanismo di voto per cui il verdetto era pulito. A garanzia di tutto questo c’era Mario Luzi, eletto un anno dopo l’altro, presidente del Pen Club all’unanimità dei soci votanti. Quell’anno ero andato lì a seguire la lettura dei voti distribuiti tra i cinque libri finalisti. Dopo d’allora ho seguito il premio per un bel po’ di anni finché è rimasto presidente Mario Luzi. Nel 1995 gli ho chiesto un’intervista. Avrei dovuto pubblicarla sul “Corriere della Sera”. Poi però, dopo qualche giorno, la valutazione sull’opportunità di metterla in pagina cambiò da parte della direzione e mi rimase tutto nel taccuino. L’occasione era stata la nomina di Luzi alla presidenza del “Centro mondiale della poesia” a Recanati.
“Ma io non vado in cerca di incarichi importanti. Il “Centro di studi leopardiani” è un’istituzione prestigiosa che già si è resa meritevole di importanti convegni e pubblicazioni. Il presidente, on. Franco Foschi, che è un politico, ma anche uno studioso di Leopardi, ha avuto l’intuizione di fondare un “Centro mondiale della poesia” di cui dovrei diventare presidente. In altre parole i due centri saranno collaterali e svilupperanno iniziative sinergiche. In particolare il “Centro mondiale della poesia” avrà il compito di mettere in moto un luogo di vita intellettuale moderna, agile e fruttuosa. Si tratta di accendere un piccolo faro in Europa in questa fase della vita civile che di luce ha tanto bisogno. Foschi ha sempre avuto l’ambizione di creare un punto di riferimento culturale internazionale. Il Centro vivrà con la collaborazione di casa Leopardi. L’atmosfera di Recanati è quella giusta per proiettare nel mondo il senso di una cultura innovativa”.
“È vero, già altrove è stato tentato l’esperimento e non ha dato risultati. L’Unione internazionale dei poeti aveva emanato un suo Centro di diffusione della cultura, con traduzioni, letture, messe in scena, operando scambi con i vari centri culturali d’Europa. Ma l’iniziativa è fallita appena cominciata. L’on. Foschi ha recepito l’idea e ha alzato il tiro. Intitolare un’istituzione di poesia a Leopardi è una grande responsabilità, ma Foschi ha il senso del rischio, e lo corre. Finora le cose da lui messe in cantiere sono riuscite. È stato anche un buon ministro del lavoro, in uno dei precedenti governi, non ricordo bene.Si tratterà di costituire un direttivo di cui dovrei essere presidente. Poi si vedrà”.
“No, per ora mi sono stati chiesti i nomi del comitato direttivo da nominare e io glieli ho dati. Sono tutti “grandi” che non arrivano su un terreno sconosciuto: siamo nella terra e nella casa di Leopardi e tutti sono consci dell’importanza culturale che ha Leopardi nella tradizione italiana”.
“Yves Bonnefoy, oltre che poeta, è un fine studioso delle arti del Rinascimento, per la Francia; Seamus Heaney, grande poeta irlandese per il mondo anglosassone (guarda caso, di lì a un mese avrebbe vinto il premio Nobel per la letteratura. N.d.R.); Josè Maria Valverde per la Spagna (sarebbe morto l’anno dopo, senza riuscire a venire in Italia. N.d.R.), poeta esistenzialista cristiano molto valido, insegna storia delle idee a Barcellona. Resta aperta l’area tedesca, ma sto pensando a Lars Forssell (1928), scrittore svedese di origine tedesca, di cui Giacomo Oreglia ha tradotto in italiano un’antologia presso Passigli (Poesie, 1990). È un poeta civile che ha partecipato delle avventure del mondo contemporaneo”.
Non ancora, lo saranno, ma non sono in grado di dire chi accetterà o no. Quando sarà formato il Comitato, ci riuniremo periodicamente. E organizzeremo appuntamenti per tutti, autori e lettori. Faremo iniziative letterarie e civili. Si tratterà di studiare come leggere il mondo, non solo dal punto di vista politico. Non so se saremo ascoltati, ma ci proveremo. Il primo obbiettivo è la conoscenza reciproca in Europa tra artisti che lavorano in modo diverso. Le traduzioni saranno fondamentali per conoscere il mondo creativo contemporaneo”.
“Leopardi è stato uno dei nostri più grandi poeti e uomo di cultura. È stato cosciente della modernità. È un riferimento basilare per ogni uomo di cultura. Specialmente leggendo lo “Zibaldone”, come è stato fatto per fortuna, e tutti i problemi della convivenza umana, di socialità, che il poeta ha sviscerato, ci si rende conto di quanto abbia anticipato la modernità. Ho venerazione e affetto per questo giovane che a 23 anni aveva già pensato tutto quello che c’era da pensare sul mondo. Un genio, una mente universale di tipo leonardesco. Il fascino del suo canto è che dalla purezza emozionale sale al pensiero, conscio di un’esperienza (leggere “La ginestra”) che arriva a fondere, unificare, lingua-pensiero-canto, annullando in anticipo molti dei quesiti pretestuosi che si sono succeduti negli anni.
Se leggiamo le ultime poesie di Leopardi, ci accorgiamo che la disgregazione tra naturalezza ed artificio è già compiuta. È il poeta più moderno anche rispetto a noi tutti. Come Dante. Il rapporto tra cose e lingua, tra idea e arte è più contemporaneo delle nostre idee contemporanee. Avendo questa possibilità di lavorare nel mondo della poesia e della cultura, che deriva dal fatto che lui ha vissuto a Recanati e che ci sono persone che per lui hanno una vera devozione, mi è sembrato giusto non declinare l’invito a mettermi in gioco”.
“Non lo so. Purtroppo per quel che riguarda la proposta che doveva partire dall’Italia, anche quest’anno non c’è stata chiarezza. Ci sono state incomprensioni, i rapporti non sono stati quelli giusti. Lo so da Giacomo Oreglia, operatore culturale in Svezia. Del resto il premio Nobel è fascinoso perché è misterioso. Quello che matura è imprevedibile. Sarebbe bello che l’Italia avesse un nuovo riconoscimento. Non mi riferisco a me soltanto. L’osservatorio degli accademici è globale. Sarebbe ora che un italiano ricevesse di nuovo la loro attenzione. Sono vent’anni che non accade. Io non ci penso. Se poi arriva… Sinceramente devo dire che non mi sembra la cosa più importante. Quasi tutti gli scrittori più impegnati nella scrittura e nella vita, che hanno lasciato una traccia che influenza e affascina i lettori, non hanno ricevuto il Nobel. Valore assoluto e premi spesso non coincidono. Il riconoscimento è una gratificazione più per il Paese che lo riceve. La parte economica non sarebbe che un di più e sinceramente non saprei nemmeno come spendere quei soldi.
“Ho cominciato l’anno scorso un lavoro teatrale, spero di portarlo a termine, su Benjamin Constant, che ho sempre amato. Si tratta di un dialogo sulla mancanza del tragico nel mondo moderno. Certo, vediamo e viviamo esperienze tragiche, ma quello che voglio dire è che nella nostra contemporaneità manca il tragico, perché manca il sacro, quindi manca il processo di purificazione. È un tema veramente ostico per la produzione scenica. Sono incerto sul titolo: se dedicarlo a lui o alla moglie Cecile”.
In altri incontri, Luzi mi ha parlato della sua vita, dei suoi dolori, delle passione per l’insegnamento. Mi ha parlato di tante cose, e anche io gli raccontavo di me, dei miei viaggi, dei personaggi che intervistavo. Mi parlava dei suoi poeti prediletti, i francesi, da Rimbaud e Baudelaire, fino ai contemporanei.
Una volta mi ha detto che gli piaceva molto appunto Bonnefoy, ma anche Bernard Noële tra i classici adorava Mallarmée. Per quanto riguarda i poeti italiani, aveva stretto amicizia con alcuni giovani, tra cui Milo de Angelis. Gli piaceva tenere i contatti con i nomi che si “muovevano”: usava questa parola per significare che cercava segnali di novità nella scrittura poetica dei giovani.
La nomina a senatore ha un po’ sconvolto la sua vita. Per quanto ha tentato di continuare a fare le cose di sempre, perseverare nella scrittura fino alla fine, tuttavia ormai aveva in mente che doveva rendere un servizio al Paese e doveva andare a Roma.
Gli ho fatto una telefonata per fargli i complimenti e mi ha risposto: “È una cosa seria, è un altro lavoro. Intendo farlo con impegno. Dicono “senatore a vita”, ma in verità pensano a “senatore a morte”, data la mia età. Finché potrò, io dirò liberamente ciò che penso”. E infatti al Senato quando ci è andato ha sempre chiesto di intervenire. E le sue parole non sono state né convenevoli né di circostanza. Sono stati pensieri costruttivi per il Paese, ma anche di rampogna e di critica verso un Governo (quello di Berlusconi) che non stimava.
Ha detto che avvertiva un pericolo per l’Italia. Quale pericolo?, gli ho domandato. “Il pericolo è che gli improvvisati politicanti demoliscano tutto ciò che di buono è stato costruito dal Risorgimento ad oggi. È stato difficile raggiungere un senso dello Stato radicato nei cittadini e anche la consapevolezza del diritto alla libertà. Ora c’è al potere una classe dirigente faziosa. Non importa a questi signori il destino del Paese, a loro interessa solo il contingente, fanno leggi che valgono solo per oggi e pregiudicano il futuro dei nostri ragazzi.
“Certo, il nostro Paese non è nato con le baionette dei garibaldini, è nato con la forza della lingua. E la lingua italiana ha cominciato a diventare nazionale dal Mille in poi. La strada è stata lunga, ma oggi siamo arrivati veramente ad avere una lingua parlata dovunque sul territorio. È la lingua che tiene unito un popolo”.
“Perché ci sono persone che predicano e si danno da fare per arrivare a realizzare la disgregazione. Si parla di federalismo, ma in realtà non sanno cos’è: federalismo è avvicinamento. Ma invece si muovono per attuare la divisione tra le varie parti del territorio. La gente non si rende conto, con chiarezza, di qual è il pericolo. Io lo vedo e tremo per il vostro futuro, perché io non ci sarò”.
Un altro giorno sono andato a trovarlo a casa. Non stava tanto bene. Era coperto con due maglioni: un golf di cachemire sotto e un bel cardigan pesante con i bottoni grossi tipo giaccone. Quella volta gli ho chiesto quale fosse il libro che amava di più tra quelli scritti. Mi ha risposto che era il “Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini”. Si era proprio identificato con il pittore, in quanto sia quello, sia lui avevano dedicato la loro vita all’arte. Non ho detto niente, non ho commentato. Ma dal mio viso forse ha capito che non condividevo. Perché per me il suo più bello, più nuovo, più levigato, più leggero, più ispirato da un senso di grande pietas per l’uomo debole, ma arrogante è “Per il battesimo dei nostri frammenti” (1985).
Qui, ora, voglio chiudere citando alcuni versi di un poemetto che ho sempre considerato straordinario per afflato lirico e senso civile. Si intitola “Presso il Bisenzio” e si trova nel libro “Nel magma” del 1963 (ora inserito nel II volume di “Tutte le poesie” (Garzanti, 1979) che ha per titolo “Nell’opera del mondo” (pagg. 67-70). Chiude così: “Non potrai giudicare di questi anni vissuti a cuore duro,/ mi dico, potranno altri in un tempo diverso./ Prega che la loro anima sia spoglia/ e la loro pietà sia più perfetta”. Francesco Flora ha coniato per lui e altri del primo Novecento l’aggettivo ermetico, identificando tutta una generazione di scrittori, a cominciare da Ungaretti, come appartenente all’ermetismo. Ma la definizione per Luzi è stata abbastanza fuorviante. Perché anche il primo libro “La barca” (1935) tanto ermetico non è. Ma questo è un altro discorso.
Finisco, quindi, dicendo che ho amato la poesia di Luzi e la amo. Quel che trascina è il suo tentare di innalzarsi sempre un po’ di più, di commisurare la vita al sacro, ben conscio che l’uomo è esposto alla sconfitta, alla caduta, all’errore. Una corrente spirituale che contagia, anche quando il modo di vedere e di sentire è magari proprio l’opposto. Ma non è questo il carisma del grande poeta, del “vate”? E per chi si può usare questo appellativo mitico, che compendia valori lirici e valori civili, se non per Mario Luzi?
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